Il glossario
10 Febbraio 2010I principi omeopatici
10 Febbraio 2010L’omeopatia (dal greco ὅμοιος, simile, e πάθος, sofferenza) è il metodo terapeutico i cui principi sono stati formulati dal medico tedesco Samuel Hahnemann verso la fine del XVIII secolo.
Alla base dell’omeopatia è il cosiddetto principio di similitudine del farmaco (similia similibus curantur) enunciato dallo stesso Hahnemann e per il quale il rimedio appropriato per una determinata malattia è dato da quella sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella malata. La sostanza, detta anche principio omeopatico, una volta individuata, viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. L’opinione degli omeopati è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell’effetto farmacologico bensì un suo potenziamento. L’omeopatia ha conosciuto nei decenni scorsi uno sviluppo e una progressiva diffusione. Oggi l’omeopatia, considerata una pratica medica alternativa o complementare alla medicina allopatica, è diffusa in molti paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, India). In Italia un’indagine dell’ISTAT del dicembre 1999 su un campione di 30.000 famiglie ha mostrato che dal 1991 al 1999 la quota della popolazione che ha fatto uso di rimedi omeopatici è passata dal 2,5 all’8,2%.
A fronte della sua diffusione e nonostante i numerosi studi, la validità terapeutica del metodo omeopatico e i meccanismi farmacologici del suo funzionamento non sono stati ancora verificati secondo i criteri scientifici comunemente applicati a qualsiasi principio farmacologico tradizionale. Le critiche all’omeopatia vertono sostanzialmente su due punti: la sua debolezza teorica (cioè l’incompatibilità dei suoi postulati con le odierne conoscenze chimiche e la mancanza di un meccanismo plausibile che ne possa spiegare il funzionamento), e la mancanza di prove sperimentali univoche della sua efficacia terapeutica. Per questi motivi l’omeopatia viene considerata una pseudoscienza.
Il primo articolo di taglio scientifico sui meccanismi di funzionamento dell’omeopatia è stato quello pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature nel 1988 a firma del medico ed immunologo francese Jacques Benveniste (Parigi, 12 marzo 1935 – 3 ottobre 2004). Nell’unico caso della prestigiosa rivista, l’articolo, che riguardava la memoria dell’acqua, fu accettato senza revisioni, ma con riserva da parte dell’editore. Vennero poi inviati alcuni osservatori scelti dal giornale, che ripeterono gli esperimenti in collaborazione con i ricercatori francesi e che smentirono tutti i risultati pubblicati, attribuendoli a fluttuazioni statistiche nei dati sperimentali. È da notare che uno degli osservatori fu James Randi un noto debunker dello CSICOP che venne invitato allo scopo di assicurarsi che nessuna truffa fosse stata messa in atto. Alcuni dei firmatari dell’articolo lavoravano per una delle maggiori aziende che producono rimedi omeopatici.
Alcuni studi, pubblicati per lo più su riviste prive di un meccanismo di revisione paritaria, avrebbero rilevato fenomeni particolari per quanto riguarda la calorimetria e la termodinamica e la conducibilità elettrica delle soluzioni altamente diluite, tuttavia nessuno di essi ha a che fare con il principio alla base dell’omeopatia.
Tra gli omeopati, sono in corso da anni vari studi al fine di escludere ogni tipo di possibile effetto placebo dai risultati dei trattamenti omeopatici. Secondo gli omeopati, questi lavori dimostrerebbero che il trattamento cui il composto omeopatico viene sottoposto consente al solvente di esercitare un effetto riconducibile alla molecola che in esso è stata fortemente diluita. Risultati di questo genere sono stati però pubblicati solo su fonti interne alla comunità omeopata, e non su riviste scientifiche.
Allo stato attuale, nessuno studio scientifico, pubblicato su riviste di valore riconosciuto ha potuto dimostrare chiaramente che l’omeopatia presenti una seppur minima efficacia per una qualsiasi malattia. Gli unici risultati statisticamente significativi sono confrontabili con quelli derivanti dall’effetto placebo, indotto anche dalla particolare attenzione che l’omeopata presta al paziente e alla sua esperienza soggettiva della malattia e quindi non dal farmaco assunto dal paziente. Nonostante ciò, l’omeopatia si è ampiamente diffusa in Italia e in altri paesi a partire dagli anni ’90.
Studi che hanno provato a quantificare il grado di soddisfazione soggettiva dei pazienti in cura omeopatica hanno mostrato risultati ragguardevoli (ad esempio una ricerca compiuta nel 2004 dalla clinica universitaria Charité di Berlino sulla qualità della vita di 3981 pazienti in cura omeopatica) e spiegano il successo sociale di tale pratica terapeutica. Assai meno univoco è il risultato di studi clinici condotti su singoli rimedi o sul trattamento di specifiche patologie, dove gli esiti appaiono assolutamente in linea col noto effetto placebo.
L’articolo della rivista medica Lancet – Una meta analisi pubblicata nell’agosto del 2005 dalla rinomata rivista medico scientifica The Lancet ha avuto molto risalto sulla stampa, in quanto screditava l’omeopatia come metodo curativo scientifico in buona sostanza sostenendo che l’efficacia era spiegabile con l’effetto placebo.
Nel dettaglio l’articolo del Lancet si struttura in due parti, che portano a conclusioni distinte tra loro.
- Nella prima parte, la meta analisi compara 220 studi clinici (110 omeopatici e 110 presi casualmente tra studi con interventi biomedici), e porta alla conclusione che i due gruppi di studi siano di qualità metodologica paragonabile, e che entrambe le classi di trattamento mostrano efficacia superiore al placebo.
- Nella seconda parte i ricercatori hanno ristretto la loro meta analisi a 6 studi omeopatici e 8 studi biomedici, selezionati tra tutti secondo degli standard di qualità e di numerosità di partecipanti. Questo filtro, affermano gli autori, è stato compiuto per limitare la presenza di bias negli studi presi in considerazione. I risultati della seconda parte della meta analisi mostrano che esiste una forte evidenza di efficacia dei metodi classici, ed una evidenza di efficacia più debole per i farmaci omeopatici. Inoltre, quest’ultima evidenza non raggiunge un valore statistico critico (significatività) necessario per poter dire con sicurezza che il risultato non è dovuto semplicemente a variazioni statistiche.
Gli autori concludono che l’efficacia dei rimedi omeopatici è compatibile (statisticamente) con l’ipotesi che derivino dall’effetto placebo.
Questo studio è stato rigettato dalla comunità omeopatica, e ha provocato la risposta da parte degli omeopati che hanno sollevato dubbi sull’imparzialità dei ricercatori, accusandoli di avere tratto quelle conclusioni per ragioni altre rispetto ai risultati scientifici. In particolare gli omeopati hanno contestato la procedura, sostenendo che la scelta degli studi da confrontare, ed in particolare la scelta del filtro di numerosità, potrebbe essere stata fatta ad hoc per ottenere questo risultato. Inoltre la conclusione della meta analisi può essere legittimamente interpretata, sempre secondo gli omeopati, come la dimostrazione dell’incertezza dell’efficacia dei rimedi piuttosto che la dimostrazione della loro inefficacia. Secondo questa interpretazione il risultato dovrebbe portare ad intensificare gli studi per avere risposte più chiare sull’eventuale efficacia dell’omeopatia.
La risposta a tale affermazione da parte di larga parte della comunità medico scientifica è stata che nessun’altra pratica della medicina verrebbe ancora studiata dopo risultati analoghi (ovvero poche o nessuna evidenza scientifica dopo due secoli di esperimenti, dei quali almeno 50 con metodi moderni) e che quindi, per quanto sia caratteristica delle verità scientifiche essere non definitive, sarebbe uno spreco finanziare con fondi pubblici altre ricerche in questo campo. Il 17 novembre del 2007 The Lancet ha pubblicato un nuovo articolo sull’omeopatia, che riassume i risultati di 5 meta-analisi precedentemente pubblicate. In questo articolo l’autore giunge alla conclusione che gli effetti dell’omeopatia siano compatibili con l’effetto placebo.